IL "SUICIDIO" DELL'ITALIANO

Aiuto, stiamo “suicidando” la lingua italiana!
Dalla pubblica amministrazione alla scuola, dalla sanità alla giustizia, dalla religione alla sicurezza, dal lavoro alla pubblicità, ci affanniamo a persuadere gli immigrati comunicando con decine di idiomi diversi, anziché chiedere ed esigere che siano degli ospiti— che accogliamo dandogli l'opportunità di migliorare la loro condizione di vita — a conoscere e a dialogare nella nostra lingua nazionale.
Oltretutto, se ci pensiamo bene, l'italiano è la certezza che ci è rimasta di una società offesa e tradita dal rischio di estinzione a causa delle conseguenze del multiculturalismo sul piano della perdita dei valori comuni e condivisi.
In un mondo in cui siamo soltanto noi a parlarlo e che ha già declassato l’italiano a lingua di serie B, se siamo noi stessi a sminuirne il valore all'interno dell'Italia mettendolo sullo stesso piano di decine di lingue straniere, la sua morte certa sarà ancora più precoce.
Non si ritiene che l'immigrato debba conoscere la nostra lingua, ma ci si rifiuta per ragioni ideologiche di prendere in considerazione tale ipotesi.
Tutt'al più si offre l'opportunità all'immigrato di imparare l'italiano, ma a condizione che sia lui a decidere se, quando e come accettare.
Il discorso di fondo è la volontà di creare una società multietnica in cui vengono relativizzate le identità, le culture, le religioni e le lingue.
Ebbene, se lo Stato investe milioni di euro per tradurre le regole comuni e riuscire a comunicarle a chi risiede nello stesso spazio territoriale, significa che ha fallito in partenza perché non ha compreso che solo condividendo la lingua nazionale, i valori e la cultura, potrà iniziare il percorso per una costruttiva integrazione.
L'investimento deve essere fatto non per rincorrere le lingue dei nostri ospiti, ma per vincolare l'ospite a conoscere la nostra lingua. Deve essere un obbligo, non un optional. È quindi ridicolo che ci si scandalizzi se l'Unione Europea e le Nazioni Unite declassificano l'italiano, quando sono gli stessi italiani i primi a non conoscerlo.
Esistono ancora forme di analfabetismo diffuso, soprattutto nel Sud Italia. Le cause di questo fenomeno potrebbero ricondursi ad una non appropriata efficienza delle istituzioni scolastiche.
Ma se non crediamo noi stessi nel valore della nostra lingua, perché dovrebbero impararla e utilizzarla gli stranieri?


Beatrice Bruni, Valentina Pesenti, Luana Sposito, Valentina Vigliarolo
Istituto BESTA, Milano














 

 

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