GIOVANI
E POLITICA: INTERVISTA A UN CANDIDATO
Sapete chi è stato il candidato più
giovane alle elezioni regionali lombarde 2005? No? Ebbene, è
stato un componente della redazione dell’oblò,
Luca Stanzione. Naturalmente abbiamo approfittato dell’occasione
per intervistarlo e parlare con lui della politica, del rapporto
dei giovani con essa, della scuola, della cultura ecc.
l’oblò: Perché hai
deciso di candidarti alle elezioni regionali 2005?
LS: Innanzi tutto mi hanno chiesto di candidarmi,
non mi sarebbe mai venuto in mente a 18 anni di incominciare questa
esperienza. Ho deciso di accettare perché penso che ci sia
bisogno di un cambiamento, fuori e dentro la politica, fuori nella
società e dentro la politica per un rinnovamento d’idee
e di passioni. Sento molto forte l’esigenza che una nuova
cultura politica si affacci nelle istituzioni.
l’oblò: Anche tu ti rendi
conto di un divario tra i giovani e il mondo della politica?
LS: Si è appena concluso il sesto congresso
di Rifondazione Comunista, e un passaggio importante nella relazione
del segretario e un passaggio altrettanto importante nella sue conclusioni,
stava proprio qui, nella consegna del testimone, nel trasferimento
d’incarichi, di responsabilità, a una nuova generazione
che si è formata non su culture del passato, ma si è
formata, per esempio all’interno di Rifondazione, all’interno
del “movimento dei movimenti”, potremmo dire da Genova
in poi. Evidentemente c’è una differenza di generazione.
Ascoltando gli interventi, al congresso, percepivo una differenza
sostanziale tra una terminologia usata dai compagni più anziani
e compagni più giovani, pur condividendone contenuti e i
riferimenti culturali.
l’oblò: Quali sono i riferimenti
culturali della giovane generazione?
LS: In parte sono gli stessi di quella più
storica, mi riferisco alla giovane generazione di rifondazione,
sicuramente il movimento operaio, dei lavoratori, ma poi inevitabilmente
se ne aggiungono altri. L’esperienza del “movimento
dei movimenti” ha in qualche modo segnato le culture politiche
e questo si percepisce nelle analisi, nelle discussioni, nella modalità
di interpretare la realtà: per esempio, la differenza che
c’è tra un’analisi che tiene conto soltanto dei
partiti, del mondo politico istituzionale, e un’analisi che
tiene conto che in realtà la politica è anche fuori
delle istituzioni, tra le strade, nei movimenti che sono nati in
questi ultimi anni, come il movimento della pace, che ha contagiato
un po’ tutti.
l’oblò: Come si coniuga
un riferimento ideale o ideologico che è tipico della vecchia
generazione con questa nuova linfa vitale?
LS: Perché siamo animati da stessi valori
e stessi ideali. La pace, la non violenza sono ideali a cui tenere
e che ci accomunano entrambi. Con i nostri padri e i nostri nonni
abbiamo in comune la stessa voglia di costruire un mondo migliore
di quello cui le nostre vite sono negate a favore dalla spinta all’accumulazione
di ricchezze. Oggi la non violenza, la pace sono il sentiero che
percorriamo insieme, come “il vecchio e il bambino”
della canzone di Francesco Guccini.
l’oblò: Nel vecchio pensiero
di sinistra c’era lo scontro di classe, non la pace: infatti,
è anche per questo che gli osservatori esterni vedono oggettivamente
una novità.
LS: La novità c’è, assolutamente.
Bisogna capire che cosa intendiamo per scontro di classe oggi, quali
strumenti utilizzare. L’idea che il mondo si divida in classi
è ancora attuale. Basta guardare le disuguaglianze economiche
che ci sono nei nostri paesi, occidentali, industrializzati, anzi
che superano l’industrializzazione e si terziarizzano, e il
divario che c’è tra paesi del Nord e del Sud del mondo,
inevitabilmente c’è una differenza di classe, è
sotto gli occhi di tutti, è oggettiva. Io penso che questa
vada superata e inevitabilmente in questo superamento ci si scontra,
la domanda è: come si costruisce, con quali mezzi, un mondo
diverso? Sta esattamente qua il discorso sulla non violenza: io
penso che i mezzi che si debbano utilizzare oggi e che si dovranno
utilizzare in futuro, non possono essere gli stessi mezzi che si
utilizzavano nel 1917, nella rivoluzione di ottobre. I tempi sono
cambiati e le modalità da utilizzare sono diverse, d’altra
parte i modi, i mezzi, inevitabilmente sono legati ai fini e io
voglio costruire un mondo nuovo senza conflitti e senza violenza,
e per farlo non posso utilizzare questo strumento, lo devo rifiutare
completamente.
l’oblò: Secondo te ci possono
essere altre strade per coinvolgere i giovani nella politica oltre
a questa?
LS: Questa non è una modalità per
coinvolgere i giovani, questi sono dei punti di riferimento per
i giovani già coinvolti nella politica. Dobbiamo chiederci
perché i giovani oggi non siano interessati alla politica,
o meglio, perché non lo siano i giovani di Milano, perché
c’è una nuova generazione che partecipa attivamente
alla politica, quella del “movimento dei movimenti”,
che a Porto Alegre, Genova, Firenze, ha visto sfilare una nuova
generazione; poi c’è una parte che invece non partecipa,
per esempio il dibattito sulla riforma Moratti, che dovrebbe toccare
tutti, non trova una risposta consistente nella scuola milanese.
Se noi riusciamo a capire il perché, riusciamo anche a capire
come intervenire. Vittorino Andreoli scrive nel suo libro Lettera
ad un adolescente di essere dispiaciuto della morte delle vecchie
ideologie del ‘900: forse la mancanza di valori forti fa in
modo che non ci sia una spinta da parte dei giovani a fare politica.
La ricostruzione di un nuovo sistema di valori e di ideali forse
potrebbe fare da calamita. Le modalità per costruire la partecipazione
penso siano quelle della discussione costante sui temi di attualità.
Bisogna cercare di costruire delle coscienze civili che sappiano
indignarsi davanti alle ingiustizie della società, e questo
lo si fa con la riflessione e la discussione all’interno della
scuola.
l’oblò: C’è
ancora il pericolo dell’ideologismo, cioè di fare un
assoluto della propria ideologia e subordinare anche i rapporti
con gli altri a questo totem?
LS: Anche Marx dice che l’ideologia è
in qualche modo pericolosa, li chiamerei valori, valori a cui tendere:
inevitabilmente in questi valori ci deve stare anche la ricerca
della trasformazione, anche dei valori, cioè uno degli elementi
di questa struttura ideale deve essere la ricerca e il confronto
con gli altri, altrimenti non si mettono mai in discussione gli
strumenti di analisi che utilizziamo, non li sottoponiamo mai a
verifica, non ci rendiamo conto se essi siano adeguati oppure no.
In questo caso si supera il rischio dell’arroccamento sulle
proprie posizioni, il rischio dell’ideologismo.
l’oblò: Secondo te le forme
di partecipazione alla vita sociale, che la scuola offre sono adeguate
per sviluppare una maggiore sensibilità politica o andrebbe
cambiato qualcosa, aggiunto o tolto qualcosa?
LS: Qualche giorno fa leggevo un articolo su Repubblica,
in cui si diceva che scuole del milanese non sono un punto di riferimento
per i giovani, non sono un luogo di aggregazione. Ora, per produrre
analisi, riflessioni, discussioni, sui temi di attualità,
bisogna costruire un processo inverso, bisogna aprire le porte della
scuola, e farla diventare un luogo luoghi di aggregazione sociale,
prima che politica: incontrando i propri coetanei, ci si confronta
sui temi che ci riguardano, s’incomincia a far politica partendo
dal quotidiano, non dai massimi sistemi. Si può partire dal
quotidiano, se ci si ritrova coi propri compagni, coi propri amici:
Milano non ha luoghi di aggregazione, se non di tipo precario, ad
esempio un pub. Mi viene in mente il Parini: quando è stato
allagato, i giornali riportavano, non in modo evidente, ma tra le
righe, che i giovani il sabato sera s’incontravano nel cortile
della scuola perché identificavano la scuola come un possibile
luogo di incontro. Al Besta, in qualche modo, riusciamo a fare attività
che vanno al di là della lezione frontale, durante il pomeriggio
riusciamo ad avere una buona agilità politica, tanto da avere
due collettivi. Questi sono luoghi di aggregazione, in cui s’inizia
a discutere del quotidiano prima, della politica in generale poi.
l’oblò: Un’aggregazione
ridotta ai minimi termini, numericamente...
LS: È vero, però per lo meno s’inverte
la tendenza. In cinque anni ho visto il ribaltamento della situazione.
Nella mia scuola, prima, non esisteva un collettivo, non esisteva
un luogo dove incontrarsi, in questi cinque anni siamo riusciti
a creare un collettivo, a trasformarlo attraverso una discussione
importante che si è avuta al sua interno, un confronto così
appassionato che è nato un secondo collettivo al quale non
partecipano gli stessi studenti che vanno al primo. Rispetto al
numero complessivo degli studenti non sono collettivi da Aula magna,
sono collettivi di una decina di persone, che più modestamente
si ritrovano in un’aula.
l’oblò: Sei contento della
scuola che hai frequentato?
LS: Questa scuola tende a eliminare le differenze
e gli ostacoli di partenza, sia di tipo economico che culturale,
questa è la scuola che io ho vissuto, ma avverto un cambiamento
negli obiettivi, purtroppo vedo che il sistema scolastico stia cambiando,
mi sembra che gli obiettivi stiano diventando altri, e questo mi
dispiace.
Sono contento del Besta, non posso essere contento del sistema scolastico
in generale: secondo me ci sarebbe stato ancora molto da fare, però
con questi obiettivi, mentre in realtà a me sembra che la
riforma Moratti cambi gli obiettivi, costituisca un processo degenerativo
del DNA dalle scuola. Mi preoccupo, perché la scuola che
abbiamo noi è quella che è uscita delle lotte del
movimento studentesco, è la scuola del dopo “don Milani”.
Ora invece si sancisce un doppio canale d’istruzione, liceale
e professionale, che tende, secondo la mia analisi, a creare da
una parte un grande esercito di precari, dall’altra una nuova
classe dirigente. La scelta che si opera è a dodici anni
e mezzo, tredici, e non viene fatta dallo studente, bensì
dalle famiglie, non in base alle attitudini dello studente, ma in
base alla possibilità economica di mantenerlo per tutta la
formazione liceale e poi all’università, e se questa
disponibilità economica non c’è, lo studente
è dirottato alla formazione professionale. Si ripropone una
“selezione di classe”. Per quanto la scuola da me frequentata
avesse dei difetti, si poneva però l’obiettivo di superare
la selezione, mentre mi sembra che il nuovo sistema vada nel senso
opposto! La riforma mi sembra funzionale al tipo di economia che
si sta delineando, ma una scuola pensata soltanto in funzione del
mercato del lavoro non penso che faccia bene agli studenti da una
parte, alla cultura del Paese dall’altra.
l’oblò: Che
ne dici del fatto che l’abbandono scolastico tende ad aumentare?
Che molti ragazzi preferiscono alla scuola un lavoro che gli permetta
di guadagnare?
LS: Lo scorso anno 10mila studenti hanno lasciato
la scuola media superiore: si tratta di un dato preoccupante, tanto
più che negli ultimi anni la tendenza è alla crescita.
Cambiano i riferimenti, gli obiettivi, anche per gli studenti: l’idea
che lo scopo della vita sia la remunerazione, il successo economico
e questo cancella un aspetto importante della vita, la cultura.
Questa è lo strumento con il quale ci si emancipa, ma purtroppo
l’evasione degli studenti dal sistema dell’istruzione
dimostra che essi tendono a obiettivi ben diversi, funzionali al
sistema economico. Inoltre, abbiamo una scuola che continuamente
si vede negati i fondi per i progetti. La mia proposta è
che si crei una rete dei centri di riorientamento, che ci sono nelle
scuole, ma che oggi sono abbandonati a se stessi.
l’oblò: Ma è pensabile,
vorrei dire auspicabile, una licealizzazione totale del sistema?
La cultura in realtà s’incarna in vari modi, nel senso
che anche un’istruzione professionale, se fatta bene, può
fare cultura. Si è sempre parlato di “cultura materiale”,
di “cultura del lavoro”: non è anche quella cultura?
LS: Sono d’accordo: non penso che la cultura
sia solo quella del “latino”, penso invece che sia anche
la cultura del vissuto, quindi anche la cultura del lavoro. Il problema
è come si fa cultura: spedire degli studenti di 15 anni in
azienda e fargli sperimentare un rapporto di lavoro che a tutti
gli effetti, salvo la retribuzione, è uguale a quello dei
loro padri, non mi sembra sia un’esperienza culturale. Questo
significa poi che dev’essere l’azienda a formare lo
studente e io non credo che sia in grado di farlo: penso che la
cultura, o meglio le culture non debbano essere funzionali all’azienda,
devono essere funzionali alla persona, che così può
confrontarsi con la realtà. Non vedo due mondi separati:
ha sempre sostenuto che la scuola deve confrontarsi con il mondo
esterno, anche con il mondo del lavoro. Il problema è la
modalità.
l’oblò: Una breve e coraggiosa
definizione di cultura…
LS: La definizione non può che essere riduttiva!
Avere una cultura significa possedere degli strumenti di analisi,
che ci permettano di comprendere ciò che ci succede, a questi
si aggancia sia l’esperienza nel concreto, sia la cultura
nel senso classico della parola, quella “dei libri”:
per comprendere, per esempio, il concetto di “nuovo movimento
operaio” ci vuole l’esperienza, ma anche una conoscenza
di tipo storico, scientifico. Questo binomio costruisce la cultura.
l’oblò: Che cosa ti è
rimasto dell’esperienza della campagna elettorale?
LS: Mi è rimasta la voglia di lottare per
tutte quelle persone che ho incontrato e che mi hanno raccontato
la loro storia di madri preoccupate perché i figli non hanno
un lavoro, per tutti quei pensionati che coraggiosamente mi hanno
votato, per dire ai miei coetanei che non abbiamo perduto, che dobbiamo
ancora cominciare a giocare.
I consigli della redazione
Chi volesse saperne di più sull'ex candidato Luca Stanzione
può andare sul sito http://www.lucastanzione.altervista.org/html/
|