IL
NATALE É MORTO
Dopo Gesù , anche
il Natale ha raggiunto i suoi cari.
Il 25 dicembre di 2007 anni or sono nasce un
fanciullo destinato a cambiare il mondo. Con i suoi insegnamenti
e il suo esempio ha costituito una cultura che, nel bene o nel male,
ora, nel variegato panorama sociale e multietnico, è quella
dominante. Ma, nell’epoca contemporanea, il Dio che Gesù
ci ha fatto conoscere è morto (come afferma a proposito il
filosofo Nietzsche ne “L’Anticristo”). E con Lui
tutti i valori dell’Occidente hanno cessato di avere una posizione
preponderante nella nostra cultura, lasciando così spazio
ad una società del consumo e della bella parvenza. 
I tre giorni, 24, 25 e 26 dicembre, hanno, al giorno d’oggi,
assunto un nuovo significato rispetto all’archè di
questi. Il 24 è la Vigilia, giorno in cui ci si abbuffa a
go-go per arrivare “gravidi” al giorno di Natale. Il
25, Christmas Day, si riprendono le danze per avvilupparsi, parenti
ed amici, in un frenetico vortice di cibi prelibati e bevande tra
le più raffinate – queste si consumano proprio in questo
periodo in quanto, come dice il detto, “una volta è
Natale”!
Il grande rave natalizio termina, almeno per alcuni, il 26 dicembre
con il gran finale: i doni. Ma questa volta non sono i Re Magi che,
dopo aver percorso un lungo viaggio, giungono alla grotta per donare
al neonato Gesù oro, incenso e mirra. Nel XXI secolo la tecnologia
ha fatto passi in avanti: i più grandi brand cominciano il
lavaggio dei cervelli a partire da gennaio dello stesso anno, ammiccando
gli incalliti sciacalli dell’acquisto pronti per il periodo
di “saccheggio” dei negozi. I genitori, i fandazati,
i nonni, i parenti, gli amici, per andare sul sicuro, e per non
deludere il caro che riceve il dono, acquistano l’oggetto,
la merce che più degli altri ha sfondato il cranio per penetrare
nella zona cerebrale incaricata alla palingenesi delle pulsioni
di piacere. Oltre ai pubblicitari, una funzione preponderante nella
mercificazione della Festa la hanno i quotidiani, i telegiornali
e i varietà. Queste
agenzie incaricate dell’informazione di una società
arruolano schiere di studiosi che analizzano gli andamenti finanziari,
prevedono, da acuti sociologi-ciarlatani, l’ondata di masse
e folle che comprano e la media di quanto spendono.
Una volta che il festone è finito, il rave è “smontato”,
gli assegni sono stati sperperati e i denari hanno raggiunto una
“migliore” sistemazione, la gente si prende un periodo
di pausa, di ricostituzione. Dopo adeguati esercizi di stretching
si è pronti ora per partire verso l’orizzonte, in zone
lontane, preferibilmente esotiche. O, per i meno abbienti, va anche
bene la casa in campagna o sul lago di un proprio compagno. Fino
alla notte di Capodanno, il 31 dicembre, quando il cielo capta la
luce e la fa sua; quando per un momento non è più
notte; quando per un momento, dal troppo frastuono causato dai botti,
dall’alcool e dai cibi non si sente più nulla.
Questo è, per i più, il Natale.
È la festa in cui cala sulla coscienza delle genti il velo
mistificatore del capitale e del superfluo. Come se nel mondo globalizzato
non ci sia altro a cui pensare.
Nel contempo, in vari paesi del globo, circa due terzi dell’umanità
soffrono di fame mentre la metà del cibo acquistato dai cittadini
statunitensi finisce nella spazzatura – questo solo per citare
dei dati.
La società di questo nuovo millennio è al tramonto
- metafora utilizzata da più filosofi contemporanei –
e questo significa che oramai nulla ha più valore, tutto
ha perso il proprio significato. E sono proprio quelle persone che,
a dispetto di chi ha fame, di chi è povero, di chi nel periodo
di “festa” aiuta il “buon Samaritano” di
turno, spendono e spandono, rincorrono la merce di ultima tendenza
per strappare al proprio figlio, amico, fidanzata, un falso sorriso
di piacere e benessere annullando ogni valore.
Mi auguro che tutte le persone che quotidianamente svolgono attività
di lavoro volontario dimostrino a chi compete e lotta per l’accumulo
del capitale, che l’uomo può far anche del bene e che
c’è la necessità di raccogliersi tutti in un
unico grido di libertà.
Alessandro Laterza, Istituto BESTA, Milano
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