| EUROPA, ONU E ALTRO ANCORA: INTERVISTA
AL DEPUTATO EUROPEO CLAUDIO MARTELLI
Vi proponiamo l'intervista al parlamentare Claudio Martelli, realizzata
il 21 marzo, data in cui il deputato europeo si è recato
al Liceo Classico CARDUCCI di Mila no
in occasione dello Spring Day. Abbiamo colto l'occasione per approfondire
i temi dello Spring Day, del parlamento europeo, dell'ONU e, naturalmente,
della guerra da poco scoppiata in Iraq.
Redazione: Quale pensa che sia il valore effettivo di questo
Spring Day? Quali gli obiettivi e quali i risultati?
Martelli: Lo scopo era certamente quello di mettere in comunicazioni
i rappresentanti del popolo europeo, cioè i 630 parlamentari
europei (i soli eletti democraticamente), con le nuove generazioni
europee, quelle che vivono la vita degli studenti, delle scolaresche,
dei licei e delle università, e che ci fosse lo scambio che
c'è stato ad esempio questa mattina qui al liceo Carducci
sulla base di una visione libera che ciascun rappresentante fornisce
delle idee e delle realtà europee, rispondendo poi a tutte
le domande e gli interrogativi e quindi alla sensibilità
dei giovani. Io non posso valutare il risultato globale. Se devo
giudicare da quello che è stata l'esperienza di questa mattina,
mi pare che sia stato un bell'incontro con un solo "rilievo",
cioè il fatto che in questi stessi giorni sia scoppiato il
conflitto in Iraq ha ridotto l'attenzione sui temi europei ed ha
accentuato l'attenzione sui temi della pace e della guerra. L'Europa
è entrata lo stesso nella discussione, ma essenzialmente
per l'aspetto del rapporto con gli Stati Uniti, del perché
e del come l'Europa si è divisa di fronte a questo appuntamento,
del perché e del come l'Europa è in condizioni o meno
di affermare i diritti umani senza disporre di una forza militare.
Redazione: Durante quest'incontro si è più
volte accennato all'attenzione dei giovani nei confronti della politica.
Attualmente pensa che quest'attenzione sia sufficiente, maggiore,
minore o semplicemente differente rispetto a quella degli anni in
cui lei frequentava questo liceo?
Martelli: Credo che sia maggiore degli anni in cui io frequentavo
questo liceo, se non altro è maggiore l'attenzione verso
i grandi temi politici, essenzialmente della pace e della guerra;
probabilmente perché ai miei anni non c'è stata un'occasione
così accesa di discussione e di confronto come quella che
c'è in questi giorni e in queste ore. Più in generale
credo che l'attenzione dei giovani non sia un grado astratto, ma
dipende dalle epoche e dalle condizioni che i giovani vivono: se
queste sono più infiammate e polemiche, c'è maggiore
attenzione, se invece sono più "piatte" o semplicemente
più tranquille l'attenzione verso la politica scema. Io mi
ricordo che una delle polemiche che facevo da ragazzino contro i
miei compagni di classe era dire "ma voi vi occupate soltanto
delle 3M: macchina-mestiere-moglie? Non vi interessa altro nella
vita?". E invece la vita è fatta anche d'altro. Erano
pochi quelli che come me sentivano questi problemi, anche problemi
di un'altra sfera. La mia generazione ad esempio è quella
della "Zanzara" del Parini. Avevamo molta invidia verso
i ragazzi del Parini perché si erano costruiti una loro immagine,
un mito di se stessi facendo un giornale, la "Zanzara"
appunto, che fece un'inchiesta sui comportamenti sessuali delle
ragazze del liceo pubblicandola con grande scandalo sul giornaletto.
Questi ragazzi subirono addirittura un processo, furono condannati.
Ne derivò un grande clamore che fu benefico perché
divenne finalmente una questione che si poteva discutere apertamente,
pubblicamente e liberamente. Questo è un esempio di partecipazione
"civile" di discussione sul costume, su questioni che
appassionano e riguardano la nostra vita quotidiana, che scattò
senza bisogno di grandi conflitti, ma nascendo dalla coscienza dei
ragazzi stessi. Ma non so se questo ci sia tutt'oggi, perché
mi pare che l'interesse e l'attenzione siano provocati più
dall'esterno, come è naturale che sia, non è un'accusa.
Redazione: Lei di che cosa si occupa concretamente nel parlamento
europeo?
Martelli: Sono appunto un deputato europeo e mi occupo di
tre cose. In primo luogo di politica estera europea e di politica
della difesa. Ho fatto una ricerca dal nome "Una spada europea"
che presto pubblicherò e che ho già presentato in
parlamento, concentrata sul tema del come e del perché l'Europa
non si sia dotata fin'ora di una propria forza militare, della necessità
di farlo, del modo in cui farlo, con quali risorse, con quali scopi
e con quali obiettivi. In secondo luogo mi occupo della cittadinanza
europea, cioè di uniformare gli standard di cittadinanza
tra le varie nazioni europee e di estendere la cittadinanza europea
ai nuovi "abitanti" dell'Europa, 20 milioni di immigrati
non di rado privi di uno dei diritti politici fondamentali: il diritto
di voto. Mi occupo inoltre dell'infanzia abbandonata in Europa,
in particolare di in alcuni paesi, candidati ad entrare in Europa,
come la Romania, in cui sono stato per accertare di persona qual
è la condizione di quest'infanzia abbandonata. Sono stato
in orfanotrofi rumeni, ho studiato il meccanismo delle adozioni
internazionali,
Redazione: All'interno della politica mondiale, come spiega
l'apparente e il progressivo calare dell'influenza degli organismi
internazionali? E quale spazio pensa che ci sia attualmente per
il parlamento europeo? Crede che l'unione europea possa rappresentare
una risposta al declino dell'influenza dell'ONU?
Martelli: C'è un declino dell'influenza dell'ONU innanzitutto
perché l'ONU è di per se stessa obsoleta, un po' invecchiata,
poco rappresentativa, rispecchia gli equilibri del mondo all'indomani
della 2° guerra mondiale. Cinque grandi nazioni ne sono in qualche
modo arbitri, perché ciascuna ha il diritto di veto su qualunque
iniziativa dell'ONU. Le
cinque nazioni sono Stati Uniti, Francia, Russia, Cina ed Inghilterra,
le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, ne è
esclusa invece l'Unione Europea in quanto tale, l'India, l'Africa
e l'America latina; di conseguenza non rappresenta più il
mondo di oggi, non quello di 50 anni fa. In secondo luogo l'ONU
ha dimostrato troppe volte di fronte a crisi internazionali di essere
un luogo di mediazione dei conflitti, non un luogo di decisione,
proprio perché esiste il meccanismo del veto che presenta
un grave limite alla capacità d'intervento delle Nazioni
Unite. Che l'Europa possa sostituire le Nazioni Unite mi parrebbe
improbabile, anzi impossibile e neanche auspicabile, perché
l'Europa non è il mondo. Certo un'Europa più unita
sul piano politico, dotata di una propria politica estera, dotata
anche di una propria forza di dissuasione, potrebbe equilibrare
l'iper- potenza americana ed esercitare un ruolo benefico nel mondo
purché l'influenza europea non si limiti a dire se gli Stati
Uniti fanno bene o male, ad esser d'accordo con loro o a criticarli,
ma si assuma le proprie responsabilità, cosa che per esempio
non ha fatto nei 10 anni dei conflitti nei Balcani. Occorrerebbe
infine che venissero rappresentati gli organismi rappresentativi
dell'Africa, dell'America Latina e dell'Asia.
Redazione: Nell'Unione Europea è dominante la posizione
federalista o quella funzionalista? Con quanta coerenza la posizione
dominante viene presa e qual è il suo giudizio su questo?
E la posizione funzionalista non è un ostacolo alla realizzazione
degli obiettivi di cui parlava prima?
Martelli: Questo è un po' l'enigma della costruzione
europea. L'ideale federalista ha avuto per modello a lungo quello
americano; si parla infatti di Stati Uniti d'Europa. Ma l'Europa
non è un insieme di Stati tutti uguali, che parlano la stessa
lingua, sorti nello stesso momento, come le 13 ex-colonie inglesi
che diedero vita agli USA, ma è un insieme di nazioni che
hanno storie millenarie alle spalle. Il
progetto federalista dunque, no può non tener conto di questo
elemento; deve essere una confederazione di "stati-nazione",
non di Stati e basta. Nei miei sogni ad occhi aperti ho scritto
qualche volta di un ideale che superi la dimensione federalista
di Stati e la dimensione del puro accordo tra nazioni, e l'idea
dell'Europa come nazione "plurale", un'idea più
complessa, sofisticata e difficile da accettare, ma penso che soltanto
quando gli europei si convinceranno di appartenere ad un'unica nazione
che ha come sua identità quella di essere plurale e non singolare,
riusciremo a risolvere quest'enigma e a colmare questo divario fra
la realtà che è fatta di tante nazioni divise fra
di loro e l'ideale di una federazione di stati perseguito attraverso
il cosiddetto "super Stato europeo", di una tecnocrazia
che sta al di sopra di tutti e che detta le regole a tutti. Oggi
purtroppo viviamo in un momento di riflusso della coscienza europea,
non di grande avanzata, perché nei singoli paesi c'è
quasi un rigetto dell'eccesso di presenza dell'Europa, che è
diventata un po' impicciona, occupandosi degli standard di benzene
nei nostri idrocarburi, di disciplinare in tutti i minimi dettagli
anche la pesca dei tonni e loro trattamento sulle navi, arrivando
ad un dettaglio normativo eccessivo, che potrebbe essere lasciato
più utilmente alla responsabilità delle amministrazioni
dei singoli stati, mentre dovrebbe concentrarsi su ciò che
è essenziale.
Redazione: Lei ha parlato della realizzazione di un sistema
di difesa unitario. Quali sono gli ostacoli a tale realizzazione?
Martelli: Quelli che più spesso gridano "Europa!"
non di rado sono quelli che creano ostacoli su questa strada: innanzitutto
la Francia, ma anche L'Inghilterra. L'Inghilterra crea ostacoli
perché è di sua natura ambigua, considerando la sua
identità in parte europea e in parte la comunità anglosassone.
Per certi aspetti dunque ha un atteggiamento ritardante dei progressi
in direzione della difesa comune. La Francia ha invece un eccesso
nazionalistico; i francesi infatti hanno appena varato un piano
di difesa nazionale che investe enormi risorse in una visione tutta
francese della difesa europea. Francia e Inghilterra però
sono le sole nazioni europee che spendono almeno per la loro difesa;
altri paesi europei, come Germania e Italia, uscite sconfitte dalla
seconda guerra mondiale hanno un rifiuto a spendere anche per la
propria difesa nazionale.
Redazione: Poiché durante l'assemblea non è
stato molto chiaro, ci può dire qual è la sua posizione
personale sulla guerra?
Martelli: Io ho sperato fino all'ultimo e, con la mia modestissima
influenza, cercato di convincere europei ed americani ad agire insieme,
ad esercitare il massimo di dissuasione minacciando insieme il ricorso
alla forza. Ho visto con grande preoccupazione crescere in America
la propensione ad un intervento unilaterale, che guardo sempre con
preoccupazione al prevalere di un atteggiamento "spiccio",
secondo cui si ritiene che i conflitti nel mondo si possano tutti
risolvere attraverso una successione di spedizioni militari. Non
è sempre così, ma c'è questa tendenza negli
USA che è dovuta al potere del complesso industriale militare.
È evidente che quando si lasciano le briglia sciolte al potere
militare questo poi detta le sue regole e travalica anche le impostazioni
di natura politica. L'altra responsabilità secondo me è
proprio quella dei francesi e dei tedeschi che hanno dato subito
l'impressione di voler battere una loro strada che escludeva in
principio il ricorso alla forza: l'idea di ispezioni che potevano
durare all'infinito, senza una scadenza, ha dato a Saddam l'illusione
che le divisioni della Comunità internazionale avrebbero
comunque impedito un intervento, e dunque che poteva continuare
a giocare con le risoluzioni delle Nazioni Unite, a far finta di
non sentire e ad imbrogliare le carte.
Redazione: Ci dia un parere personale sulle posizioni dell'Italia
nel conflitto e sulle conseguenze che questa posizione comporterà.
Quali sono le cause che hanno portato Spagna ed Inghilterra ad appoggiare
gli Stati Uniti?
Martelli: Il governo italiano mi pare abbia oscillato nel
corso della crisi, cercando di andare incontro a quella che in quel
momento era la pressione maggiore. L'Italia vuole essere alleata
leale e coerente degli Stati Uniti, però non può non
tener conto della presenza della chiesa cattolica e di un Pontefice
che forse è il più impegnato sul fronte pacifista
oggi. Berlusconi ha oscillato e continua ad oscillare tra queste
due diverse attitudini: quella politica che fa propendere verso
gli Stati Uniti, e quella che tiene conto dell'opinione pubblica
italiana con l'enorme influenza che in essa ha la Chiesa Cattolica
e il Pontefice. Per quanto riguarda il secondo punto, nell'Inghilterra
sopravvive quell'atteggiamento che attribuivo agli Stati Uniti.
È un paese che conserva una memoria storica del proprio ruolo
nel mondo, è un paese armato, legato da una special relationship
con gli Stati Uniti. La posizione spagnola in un certo senso è
più nuova e sorprendente rispetto al passato, motivata dalla
convinzione del leader spagnolo Asnar e con gli errori commessi
dalla Francia e dalla Germania, che hanno preso una posizione senza
neanche consultare l'Unione Europea. La posizione della Spagna si
spiega anche alla luce dell'atteggiamento di altri paesi europei,
in particolare quelli che, usciti dal dominio comunista, oggi entrano
in Europa (Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria
ecc
); tutti paesi schierati con gli Stati Uniti, perché
sentono, quasi come un riflesso incondizionato, che la loro sicurezza
è garantita dagli Stati Uniti e non dall'Europa e la loro
coscienza europea e la loro volontà d'indipendenza è
molto più recente. In fondo la Spagna ha una coscienza politica
d'indipendenza simile a quella dell'Italia di 10 o 20 anni fa, e
i paesi dell'est europeo simile a quella dell'Italia degli anni
'50.
Redazione: In generale cosa ne pensa dello scenario politico
italiano odierno? Pensa che dovrebbe rinnovarsi?
Martelli: Io sono molto critico per quanto riguarda lo scenario
politico italiano di oggi. Lo considero viziato perché manca
in radice una costituzione liberale che dovrebbe essere fondata
su un riconoscimento pieno di tutte le libertà e che invece
trovo abbastanza contraddetto in diversi punti. Considero entrambi
i poli poco democratici, hanno addirittura anzi rovesciato un fondamento
della vita democratica: il popolo che sceglie i suoi rappresentanti.
Invece, a destra è il leader che sceglie i rappresentanti,
e anche se gli elettori votano, i candidati sono presentati senza
un sistema democratico di selezione dei candidati (perché
se io decido chi è il candidato, in pratica decido anche
chi è l'eletto), a sinistra non è uno che decide ma
sono in 10: a destra abbiamo una monarchia, a sinistra un'oligarchia.
In entrambi i casi secondo me, il fondamento democratico è
molto lacunoso, per non dire assente. Deve assolutamente essere
rinnovato con la presenza di partiti democratici. C'è stata
un'illusione negli anni '90 che si potesse avere una democrazia
senza partiti: ma la storia non offre esempi di questo tipo, perché
i partiti sono lo strumento della democrazia. Non dev'esserci un
loro potere eccessivo, come nella cosiddetta "prima repubblica",
ma l'assenza di partiti democratici che c'è oggi, sostituiti
da una monarchia e da un'oligarchia, è il vuoto che va colmato
nell'interesse della democrazia italiana.
Intervista a cura di Francesca Barone, Chiara Caprio e Stefania
Palumbo
Liceo Classico CARDUCCI, Milano
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