AMAL:
UNA SPERANZA IN PALESTINA
All’indomani dell’11 settembre 2001 Bush aveva dichiarato
che la questione palestinese sarebbe stata al centro dei suoi impegni
politici, eppure così non è stato. A questo proposito
ho incontrato don Costantino Fiore della parrocchia di S. Francesca
Romana, fondatore dell’associazione Amal, di ritorno da suo
ultimo viaggio in Palestina. Amal, che in arabo significa “speranza”,
opera dal marzo 2003 in alcune zone della Palestina, con centro
a Betlemme. Lì lavorano tutto l’anno due educatrici
palestinesi, impegnate a sostenere 15 bambini provenienti dai campi
profughi circostanti. Dalla sua fondazione Amal cerca di creare
delle relazioni stabili tra i bambini del posto e le loro famiglie,
piuttosto che “fare” si tenta di aiutare psicologicamente
questa gente. I bambini sono spesso traumatizzati per le continue
incursioni dei carri armati israeliani,gli spari durante la notte,
il rumore degli elicotteri sopra le case, alcuni di loro hanno addirittura
perso i genitori. I volontari italiani e le educatrici tentano di
risollevarli dalle loro paure, di farli sentire più tranquilli
attraverso la comunicazione. Fino a poco tempo fa i bambini di Betlemme
disegnavano sempre carri armati. Ora nei loro disegni è subentrato
il muro; perché la costruzione del muro procede, è
arrivata a Betlemme, e dove non c’è il muro c’è
il filo spinato. Il muro nei loro disegni non è colorato
e se qualcuno chiede loro la motivazione rispondono: ”Non
ha colore”. Intorno a Betlemme si sviluppano tre campi profughi:
Deheishe, A’ida e El Aha, abitati da palestinesi cacciati
dalle proprie abitazioni ora occupate dagli israeliani. Sono paradossalmente
stranieri nella propria terra. Alcuni di loro conservano ancora
le chiavi di casa, come a volersi ricordare che in realtà,
loro, una casa la possiedono ancora. Da Deheishe proviene il padre
di Lana e Jhaida. Durante la prima intifada è stato catturato
e picchiato dai soldati israeliani, per caso è stato poi
salvato da alcuni passanti.
A Betlemme convivono musulmani e cristiani, in loro c’è
un forte desiderio di pace, la volontà di convivere con gli
israeliani. Contemporaneamente però questa gente, abituata
a vivere sotto una costante pressione, si sente rassegnata a restare
in un’eterna prigionia.
Don Costantino mi racconta che ultimamente è nata a B’
Tselem un’associazione pacifista israeliana che effettua un
assiduo monitoraggio ai posti di blocco e tiene il conto delle violazioni
dei diritti umani da parte israeliana. Nel suo ultimo viaggio don
Costantino si è fermato a Jenin. La città è
rimasta completamente isolata dopo la distruzione del campo profughi
di due anni fa. Entrare nella città è stato difficile,
con lui hanno intrapreso il viaggio dei volontari dai 20 ai 30 anni,
alcuni di loro sono studenti universitari. Le incursioni sono continue,
certe case portano ancora i segni di vecchie sparatorie.
I bambini di Jenin non sono mai usciti dalla città. Don Costantino
è riuscito, grazie a permessi ottenuti con grande difficoltà,
a portali in piscina, ovviamente in territorio israeliano, una delle
poche accessibili anche ai palestinesi. E’ stato in grado
così di regalare loro una giornata indimenticabile.
Mi racconta un altro aneddoto: un giorno si trovava in un convento
di suore, affacciato ad un balcone, davanti alla facciata dell’edificio
si ergeva il famigerato muro. Nel cortile i bambini giocavano, ridevano
e in mezzo al filo spinato lo salutavano. Mi dice di averci riflettuto,
di essere rimasto molto colpito da quest’immagine: i bambini
isolati da un muro, rinchiusi eppure pieni di risorse. Vogliono
avere fiducia nel futuro, non perdono mai la gioia di vivere e di
sperare, sono aperti verso gli altri anche nei momenti in cui gli
adulti si sentono scoraggiati e sconvolti.
Le condizioni di vita in Palestina continuano a peggiorare. La disoccupazione
salita al 50% comincia a farsi pesantemente sentire. L’impossibilità
di spostarsi è uno dei peggiori problemi della popolazione.
Il territorio è costellato di posti di blocco sorvegliati
dai soldati e la cosa assurda è che i maggiori ostacoli si
registrano all’interno delle zone palestinesi, non per l’accesso
a quelle israeliane. A Ramallah le strade sono strette e sterrate.
Gli studenti universitari pur di frequentare le lezioni sono disposti
al supplizio di ore in coda ai posti di blocco.
Le colonie israeliane crescono come funghi. Gli accordi di Oslo
che avrebbero dovuto limitare l’estendersi dell’occupazione
sono stati inutili. Intono a Betlemme sono sorte le colonie di Gilo
e Abu Ghem collegate tra loro dalle by pass roads, strade inaccessibili
ai palestinesi. La gente si sente in trappola, la vita è
durissima e chiunque potrebbe chiedersi a questo punto: come pensare
di non ribellarsi? Eppure la povera gente che vive una quotidianità
così opprimente non trova soluzione nella violenza. Se si
chiede ad un abitante di Betlemme quanti siano i fondamentalisti
e dove si trovino egli ti risponderà che sono pochi e si
riconoscono a vista d’occhio. Stanno sempre tra di loro e
sono temuti dalla popolazione. Dunque il popolo palestinese non
è un popolo di terroristi come qualcuno potrebbe pensare.
Don Costantino mi ha ricordato una triste storia. Una ragazza palestinese,
avvocato, ha perso tutti i suoi familiari: gli israeliani le sono
entrati in casa e le hanno massacrato la famiglia. Tormentata dalla
disperazione è stata contattata da Hamas e si è fatta
saltare in aria in un ristorante. Non era fondamentalista, solo
disperata e desiderosa di vendetta.
La situazione politica interna è stagnante. Arafat (morto
l’11 novembre 2004, ora sostituito da Abu Mazen: nota della
redazione) ha perso l’antico carisma che possedeva, non ha
più credibilità presso la gente. L’ONU è
una presenza poco influente a livello politico, porta assistenza,
ma non salvaguarda i diritti delle persone. Ho chiesto come ultima
cosa a don Costantino quali sono le prospettive per il futuro, se
sia possibile o probabile un incontro tra bambini palestinesi e
bambini israeliani. Mi ha risposto che come idea è un po’
prematura, c’è bisogno di preparazione da parte dei
bambini. L’incontro inoltre sarebbe completamente impossibile
per la difficoltà di comunicazione da un villaggio all’altro.
Ma l’esperimento è già in atto attraverso lo
scambio di disegni e di racconti fra scuole israeliane e palestinesi;
anche questo è un modo che i bambini hanno per comunicare
e conoscersi.
Ma, come insiste Don Costantino, c’è bisogno di idee,
di aiuto e la cosa più importante è informare su questo
tipo di realtà così drammatica.
Chiara Cenati, Liceo Classico BERCHET, Milano
I CONSIGLI DELLA REDAZIONE
Per conoscere meglio l'attività dell'associazione
Amal potete visitare il sito all'indirizzo http://associazioneamal.org.
Per approfondire la conoscenza del problema dei rapporti fra israeliani
e palestinesi andate alla sitografia guidata dell'oblò
../arianna/conflitto.htm.
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