IL
RACCONTO DI NONANTOLA: INTERVISTA AL SOCIOLOGO DE LA PIERRE
Sergio De La Pierre, sociologo e docente di scuola superiore a
Milano, ha recentemente pubblicato un interessante volume di sociologia,
che analizza nei suoi vari aspetti il “caso” di una
piccola cittadina emiliana, che offre un esempio di partecipazione
democratica e di capacità di affrontare le nuove sfide sociali,
mantenendo un forte legame con le proprie radici storiche. L’autore
ci ha gentilmente concesso un’intervista, che in realtà
si è trasformata in una lunga conservazione, che ha toccato
molte problematiche, dall’immigrazione alla globalizzazione,
dal ruolo dei partiti a quello dei movimenti ecc.
l’oblò: Il suo ultimo libro
parla di Nonantola, cittadina emiliana. Come mai l’interesse
per questo luogo?
SDLP: Il racconto di Nonantola, che ha
come sottotitolo Memoria storica e creatività sociale
in una comunità del modenese, tratta di un argomento
che mi appassiona da parecchio tempo e che vorrei presentare in
un caso di concreta realizzazione: la partecipazione dei cittadini
alla progettualità sociale. Non è semplicemente un
discorso di democrazia formale, si tratta di una progettualità
viva attraverso le associazioni, i gruppi di volontariato, l’insieme
della società civile, anche l’amministrazione comunale,
che ha un insieme di progetti dei quali una parte significativa,
ma non l’unica, è quella che riguarda le politiche
verso gli immigrati. Questo
è stato il motivo iniziale che mi ha portato a interessarmi
a questa cittadina nell’ambito di una serie di attività
che io svolgo da una quindicina d’anni sul tema dell’immigrazione
come ricercatore sociale, ma anche come docente nella scuola dove
insegno: già quindici anni fa, all’inizio degli anni
’90, questi interessi mi hanno portato a trovare del materiale
che parlava di iniziative molto innovative in questa cittadina.
l’oblò: Qual è secondo
lei il motivo per cui una cittadina, sia nell’amministrazione
sia nella società civile, si muove verso una così
intensa partecipazione sulla questione degli immigrati, ma anche
su altri temi della società civile?
SDLP: Questo è un argomento che è
stato un po’ un rovello del mio lavoro, nel senso che, una
volta che si legge questo libro e si capisce come esistano centinaia
di attività, di progetti, che vanno dalle feste alle attività
interculturali, dalle politiche sull’emigrazione al mondo
giovanile, agli anziani, ci si rende conto che potrebbe sembrare
un’isola felice, quindi un caso eccezionale. Questo potrebbe
essere un limite perché oggi siamo in un’epoca in cui
succedono tante cose negative, ma nella quale tuttavia c’è
anche in positivo un gran bisogno di ripensare alla politica e quindi
al discorso della partecipazione. Sarebbe estremamente importante
vedere come questi esempi positivi possano insegnare qualche cosa
a situazioni meno avanzate, questo è un tema che ho cercato
di affrontare. Bisogna dire che Nonantola non è un caso isolato,
è un caso felice nel senso che c’è una combinazione
particolarmente positiva di elementi, ma questi, singolarmente presi,
sono presenti in altre situazioni; l’atteggiamento dell’amministrazione
richiama una tradizione amministrativa dell'Italia centrale, in
particolare dell’Emilia Romagna, dove c’è una
ricchezza di associazioni di volontariato, che certamente sono presenti
in molte situazioni italiane, ma di più nell’Italia
centrale. Naturalmente sulla questione mi pongo il problema di quanto
conti la memoria storica o meglio la tradizione storica, che cerco
di affrontare nell’ultimo capitolo. Ci potrebbero essere due
tesi opposte per capire la particolare congiuntura di elementi felici
di questa situazione e quindi la possibilità o meno di trasferirli
o di renderli comunicabili ad altre situazioni.
La prima è che, pur contando questa tradizione, in realtà
siamo di fronte a una svolta, dove un bisogno di nuova progettualità,
di nuova partecipazione dei cittadini, è legato proprio a
una tematica recente, dove le tradizioni storiche positive possono
avere un ruolo non così fondamentale. La parola chiave è
globalizzazione, che significa meccanismi sociali ed economici a
livello planetario, che però creano sostanzialmente sconnessione
sociale, frammentazioni, perdita d’identità di persone
di luoghi di comunità proprio in nome della prevalenza assoluta
delle leggi del mercato finanziario. Questo provoca una totale perdita
di senso della politica, una precarietà culturale, sociale,
che si estende dalle grandi città fino alle periferie dell’Italia,
dell’Europa, del Mondo, e che è qualcosa di così
grave che non è più sufficiente il richiamarsi a tradizioni
storiche per attuare un’inversione di tendenza. Proprio la
presa di coscienza di questa novità epocale, che risale a
non più di trent’anni fa, e quindi della profondità
dell’innovazione, può appunto spiegare come Nonantola
abbia avuto la capacità di resistere, non semplicemente perché
ha mantenuto il legame con il passato, ma perché ha innovato
nel presente in una proiezione verso il futuro. Questo mi pare che
sia l’insegnamento di base. È una tesi esattamente
opposta a quella di un grande sociologo americano, Robert Putnam,
che invece spiega quest’esperienza di democrazia partecipativa
per tutta l’Italia centrale, soprattutto per l’Emilia
Romagna, con la tradizione del comune medievale. Tesi molto affascinante,
ma sicuramente semplicistica e comunque viziata da determinismo
storico.
l’oblò: Per due secoli il
nostro paese si è relazionato alla politica con la partecipazione
di massa dei lavoratori, per esempio attraverso l’attività
sindacale, era il periodo dei grandi partiti di massa. Oggi non
è più così, se considerassimo l’Italia
di adesso e la confrontassimo con una fotografia del 1950, vedremmo
da una parte la costruzione di questi grandi partiti, la partecipazione
di cittadini alla vita politica, dall’altra la crisi del partito
di massa: magari non c’è la crisi della politica, ma
quella del partito di massa certamente. A Nonantola, dove la partecipazione
è altissima, com’è il rapporto tra società
civile e partiti?
SDLP: Una persona che ho intervistato mi ha accennato
a tale questione. In realtà lei diceva: il nonantolano doc
è quello che partecipa al volontariato, alle iniziative di
pace e solidarietà per i bambini del Terzo mondo, è
quello iscritto al sindacato, che però non frequenta più
da tempo le riunioni dei DS, perché la partecipazione non
passa attraverso questi partiti (anche se non li considero semplici
macchine elettorali). Mi è stato detto, però, che
prima delle elezioni del giugno 2004, i DS per la prima volta nella
loro storia hanno convocato un paio di centinaia di cittadini rappresentativi
di varie categorie, di destra e di sinistra, di varie istanze della
società civile, per ragionare insieme sul programma. Questo,
mi diceva un altro intervistato, è una grossa novità:
in una situazione così ricca nel rapporto tra istituzione
e società civile, dove il rapporto è diretto e in
qualche modo non c’è l’intermediazione dei partiti,
è da vedere se per caso questa ricchezza possa anche stimolare
un ripensamento del tema del partito.
Certamente io credo che non possa più resuscitare l’idea
di partito di massa o cose del genere, è finita l’epoca
in cui i riferimenti ideologici erano certi, ma non perché
fossero giusti o sbagliati, erano certi perché lo erano il
quadro globale di sviluppo, il riferimento nazionale, un’idea
di sviluppo legato all’economia, il ruolo dei sindacati e
dei partiti di sinistra, che avrebbe trovato una sponda dall’altra
parte nell’indirizzare politiche economiche. Tutto questo
è quasi saltato a causa dei meccanismi della globalizzazione.
l’oblò: Io penso che uno
degli strumenti per incidere nella società, ma non il solo,
sia il partito, che da solo non può esaurire questa esigenza,
che ha bisogno di movimenti sociali. Tuttavia uno di questi strumenti
è il partito, un partito qualsiasi come strumento. Secondo
lei sarebbe bene ripensarne la forma, i metodi di relazioni interne,
per riproporlo, oppure è bene superarlo e creare una partecipazione
soltanto attraverso associazioni dal basso, che poi si rapportino
direttamente con le istituzioni? Insomma, c’è il partito:
lo dobbiamo superare o è meglio rivederlo, riprogettarlo
e costruire uno strumento nuovo che sia meglio utilizzabile?
SDLP: Io non ho molte certezze nel risponderti.
Penso che per la situazione generale del mondo di oggi, la caratteristica
della tradizione italiana che emerge è un eccesso di presenza
di partiti come macchine di potere, anche se spesso con un ruolo
positivo. In Italia, però, rispetto alla tradizione anglosassone
è stata molto più assente la società civile.
Oggi con la globalizzazione ci sono due ragioni per occuparsi di
società civile: la prima è che la radizione italiana
era molto carente sui temi della partecipazione e della sussidiarietà
come metodo politico, di cui in Italia si è cominciato a
parlare grazie a Bossi; poi c’è il motivo della globalizzazione
che porta a uno scardinamento dei contesti sociali, cosa che richiede
a maggior ragione un lavoro sulla società civile. E’
chiaro che un partito deve ragionare anche su questi punti. È
possibile oggi la legittimazione di un’esistenza dei partiti
in presenza di questo problema? Si potrebbe dire che, siccome i
meccanismi istituzionali generali vanno oltre l’ambito locale,
questo tema diventa importante nella società civile, quindi
meccanismi di questo genere possono richiedere la presenza di partiti,
nel senso che potranno avere più successo i partiti che sapranno
rapportarsi con il loro ruolo, non confondendosi con la società
civile, ma allenandosi a un rapporto corretto con essa. Comunque
sia, anche una società civile, la più democratica
e rispondente a un modello nuovo possibile, al suo interno potrebbe
esprimere tendenze generali diverse che potrebbero confluire in
partiti; ma l’unica forma di partito che potrebbe sopravvivere,
è quella che in qualche modo si è fatta attraversare
da questa nuova problematica. Tu che ne pensi?
l’oblò: Il quadro è
chiaro, questo nuovo fenomeno mondiale della globalizzazione, con
quanto comporta, sia a livello economico, sia a livello sociale,
sia come sistema di pensiero, che ti dice che la partecipazione
è un modello culturale ormai vecchio, che il partito va superato,
tutto ciò si è venuto a creare da 30 anni a questa
parte. La risposta della società civile nella costruzione
del movimento che chiamiamo “no global” è un
dato da assumere come oggettivo, è un dato che io valuto
positivamente e dico che un partito che non si rende conto che,
come dice il New York Times, esiste una seconda potenza mondiale,
è un partito che ha un po’ le gambe corte. Tuttavia
accorgersene non significa strumentalizzare un movimento e cercare
che da questa nuova partecipazione scaturisca un consenso elettorale:
sarebbe l’approccio più sbagliato che possa esistere.
Penso che un partito che si riconosca nell’analisi comune
del movimento debba farsi in qualche modo contaminare, il movimento
è così variegato e variopinto che va dalle “suore
di Genova” fino agli anarchici del ponte della Ghisolfa. Un
partito, dunque, non può pensare di essere esaustivo per
conto suo, deve in qualche modo imparare qualcosa da tutti i soggetti
in campo, deve lavorare sul concetto di rete ecc. Un soggetto politico,
che si riconosca nei valori del movimento, deve saper non mettere
il cappello al movimento e imparare da ognuna di queste organizzazioni
uno spicchio di realtà. Penso che questo sia un percorso
che possa essere praticato. Far finta che il movimento non esista,
far finta che per il momento questa nuova problematica politica
non esista, significa in entrambi i casi non rendersi conto delle
nuove sfide della politica.
SDLP:
Mi sta venendo in mente un’idea che potrebbe rappresentare
un tentativo di dare ai partiti un ruolo di qualche tipo: anche
questo movimento non è privo di tendenze diverse, che non
sono esattamente la pluralità di approcci, ma una pluralità
di concezioni del movimento. A me vengono in mente due cose che
riguardano un possibile ruolo del partito, tenendo presente l’esempio
di Nonantola. Partiamo dalle istituzioni: le istituzioni in un nuovo
mondo possibile non è che debbano scomparire, devono acquistare
un ruolo nuovo che è quello di potenziatore delle istanze
sociali, di equilibratore, di facilitatore e di inclusore, cioè
devono facilitare la potenzialità espansiva della progettualità
ed essere inclusive di soggetti sociali. Un comune che, come Nonantola,
si ponesse su questa strada non significa che cerchi di mettere
il cappello sulla società, oppure di escludere parti della
società, ma cerca di facilitare la soluzione di conflitti.
A questo punto un partito potrebbe essere utile, anche se il partito
potrebbe essere quello che, soprattutto in situazioni meno positive,
favorisce un continuo “esercitarsi” a svolgere questo
ruolo: e laddove un partito fosse in una situazione più positiva
potrebbe essere di stimolo alle istituzioni, le quali a loro volta
replicherebbero questo ruolo.
l’oblò: Torniamo a Nonantola
con una domanda secca. Possiamo dire che a Nonantola abbiano rotto
il pensiero unico? sì o no ?
SDLP: Sì
l’oblò: Parlando da studente,
credo che ci sia un segmento della società, parlo della realtà
milanese, in cui quel pensiero unico purtroppo è ancora presente
in maniera preoccupante, intendo la scuola. E per romperlo penso
ci voglia una partecipazione di tutti, proprio come si fa a Nonantola.
SDLP: Sicuramente un aspetto su cui confrontare
queste due realtà, Nonantola e Milano, è appunto la
questione della pari dignità dei soggetti in campo: per dire
che non c’è pensiero unico basta dimostrare che ci
sono due soggetti, con pari dignità e molto diversi tra loro.
Il discorso della pari dignità, secondo me, bisogna affrontarlo
con tecniche di partecipazione; bisogna avere il coraggio di fare
queste cose; poi c’è la questione del creare eventi
per cui la parte che vuole sollecitare la partecipazione dia “l’esempio”
della propria esperienza, che è sempre parziale. È
proprio questo che sollecita la partecipazione, non la predica:
io sono partecipativo e tu devi giustificare il perché non
lo sei, io penso questo, io faccio questo, ti propongo questo punto.
Al contrario, bisogna pensare: abbiamo un problema comune, troviamoci,
cosa proponi tu? La proposta sarà frutto della relazione
tra di noi, questo è un passaggio, secondo me, proprio mentale,
direi quasi antropologico. Prima di criticare la Moratti sulla riforma
della scuola, bisogna capire perché negli ultimi vent’anni,
quando la Moratti faceva ancora tutt’altro, piano piano siamo
passati dalla società di massa dove c’erano anche dei
riflessi positivi sulla scuola, a una situazione in cui c’è
un “fuggi fuggi” generale dalla responsabilità.
Comunque sia, esiste un’introiezione del “pensiero unico”,
come lo chiami tu, che vuol dire una perdita di fiducia nel fatto
di avere un proprio pensiero: io non mi fido della gente che critica
la Moratti e poi “non esiste”, non fa nulla per cambiare
le cose nel proprio istituto.
l’oblò: Se lei dovesse dipingere
Nonantola, che colore userebbe?
SDLP: Rosso-giallo.
l’oblò: Giallo perché?
SDLP: Non lo so, qui la spiegazione non me la puoi
chiedere perché i colori hanno un significato simbolico,
e tu mi hai chiesto un significato simbolico. Il giallo forse perché
mi ricorda le giornate di sole che c’erano quando stavo lì.
l’oblò: Il suo prossimo
libro?
SDLP: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Intervista a cura di Luca Stanzione, Istituto BESTA,
Milano
I CONSIGLI DELLA REDAZIONE
Il
racconto di Nonantola. Memoria storica e creatività sociale
in una comunità del modenese è pubblicato dalle
Edizioni Unicopli e costa 17 euro.
http://web.comune.nonantola.mo.it/default.php
è l'indirizzo del sito del comune di Nonantola, dove si può
trovare la storia di Villa Emma e dei bambini ebrei salvati dal
concorso solidale di tutti gli abitanti di Nonantola, nonché
molte notizie sul progetto che ne è scaturito, argomenti
a cui l'autore dedica uno dei più suggestivi capitoli del
libro.
All'indirizzo http://www.abbazia-nonantola.net/,
sito ufficiale del Comitato Nazionale "Dall'Abbazia di Nonantola
al Sistema Benedettino", si può fare riferimento per
le radici storiche di Nonantola e per essere aggiornati sulle molte
iniziative culturali che l'abbazia promuove.
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