EAGLES:
YOUR LOVE WILL KEEP US ALIVE
Per
rivivere l’America di un tempo, quando il sogno americano
era nitido e reale, si guardano i film di Frank Capra, si legge
Kerouac e si ascoltano gli Eagles.
Gli Eagles sono stati probabilmente il gruppo musicale country-rock
di maggior successo nella storia della musica.
E’ alla loro discografia che appartengono il dvd che ha stabilito
il record assoluto di vendite nel mondo e il cd più venduto
negli Usa.
Non capita tutti i giorni di vedere dal vivo un gruppo di tale importanza,
io ho avuto questa fortuna.
Tutti cantano, ognuno con un proprio timbro vocale differente da
quello degli altri.
Nei loro suoni traspare quella libertà che ora per colpa
delle etichette discografiche è scomparsa.
Sono vecchi, o forse semplicemente lontani dal mondo di oggi. Sulla
pelle si sente quell’America di una volta e per qualche ora
sembra che il tempo fosse tornato indietro e avesse trasportato
tutti quanti nel Nuovo Continente.
Sembra di conoscerlo da sempre e allo
stesso tempo appare così sconfinato da trasmettere una sensazione
di infinità, come se non si potesse mai conoscere completamente.
A differenza del suono, le parole sono moderne, eterne.
Come loro stessi si descrivono, sono degli hopeless romantics, romantici
senza speranza. Forse è questo che li fa sentire parte di
noi.
Raccontano di amori che non sono riusciti a superare le avversità
della vita perchè l’amore non sempre basta all’amore,
e di altri amori che invece, con qualche ammaccatura al cuore, ce
l’hanno fatta, nonostante tutto.
E’ l’amore a guidarci, che ne siamo consapevoli o no.
Questo è l’insegnamento che gli Eagles hanno cercato
di trasmettere, e ci sono pienamente riusciti.
La prima canzone è How Long, estratta dal loro ultimo album.
E’ il lamento di una vita sciupata che non ha ottenuto ciò
che desiderava.
Le luci si spengono e un sassofono dà il via a quello che
è considerato il più grande successo del gruppo: Hotel
California. Don Henley definisce questo brano “un viaggio
dall'innocenza all'esperienza, verso la maturità.”
Se all’inizio si rivela una sorta di paradiso terrestre, quest’hotel
ricoperto da un forte alone di mistero e pieno di belle donne, dove
puoi avere tutto quello che vuoi senza pagare niente, alla fine
diventa una trappola da cui non si può fuggire.
Timothy Schmit accompagna I don’t want to hear any more, perchè
non sempre un addio ha bisogno di parole.
Sullo sfondo arrivano dei surfisti che si scatenano su onde che
a loro volta finiscono per infrangersi su spigolosi scogli. La visuale
si sposta poi su una strada sommersa da palme e macchine.
Riusciamo a immaginare tra la folla quella ragazza tanto amata in
The Boys of the summer, con i capelli al vento e un paio di Ray
Ban a coprirle gli occhi, la classica ragazza sicura di sé
che con la sua immensa bellezza riesce a far penare gli uomini più
duri.
Segue Witchy Woman e uno sfondo pieno di fuoco, per poi passare
a In the city, raccontando com’è la vita in certi luoghi
dove si è soli a combattere una guerra troppo grande, consapevoli
che fuori c’è qualcosa di migliore che però
non si riesce mai a raggiungere.
Fanno da sfondo immagini di quella parte dell’America in bianco
e nero, quelle che nessuno vuole raccontare, fatte di urla e solitudine,
di pistole e auto rubate.
Il concerto si interrompe per una piccola pausa, il tempo di cambiarsi
i vestiti e bere una birra ed eccoli che tornano sul palco più
scatenati di prima.
Parte Waiting in the weeds, perchè quando l’ennesima
promessa si spezza non resta che aspettare in un prato di erbacce
e sporcizia che l’amore torni indietro. Sullo sfondo pezzi
di vita che lentamente il tempo consuma e porta via con sé.
Segue No more cloudy days, canzone piena di speranza che quei giorni
bui sono destinati a finire prima o poi, con qualcuno accanto, facendosi
forza insieme e imparando a non avere più paura dell’amore.
Tra una canzone e l’altra ci parlano, ridono, scherzano o
forse no, magari ci vanno davvero a mangiare nei ristoranti italiani.
Arriva un inno all’amore cantato dalla voce più suadente
del gruppo, Timothy Schmit, Love will keep us alive: l’unica
cosa che serve veramente per vivere è l’amore, senza
di esso resterà sempre un vuoto implacabile dentro.
Lo sfondo cambia ed ecco, una dietro l’altra, le coppie più
famose dello spettacolo che si battono sulle parole di Heartache
tonight e non si può non ridere.
Altre canzoni e altri insegnamenti di vita, come la leggendaria
Take it to the limit, perché per vivere davvero è
necessario superare il limite, a volte; o I can’t tell you
why: l’amore torna sempre indietro se ne vale la pena, anche
se non sempre riusciamo a capire perché, combattendo contro
le tempeste che la vita riserva a ognuno di noi.
La soave voce di Don Henley chiude il sipario con Desperado, canzone
che ha fatto da colonna sonora a un’intera generazione e che
tutti aspettavano trepidanti e in silenzio.
Fine classica e scontata ma di gran impatto: non potevano scegliere
brano migliore per terminare un’esibizione degna di essere
ricordata per tutta la vita.
Partono applausi lunghi minuti interminabili pieni di stima e rispetto.
In un concerto durato tre ore gli Eagles hanno dato il meglio di
loro stessi. Hanno dimostrato di avere un animo da adolescenti scatenandosi
per minuti interi in assoli che farebbero tremare Angus Young. Memorabili
anche le smorfie di quel pazzo di Joe Walsh.
Se davvero esiste la perfezione, loro l’hanno raggiunta.
Giulia Violante, Istituto BESTA, Milano
I consigli della redazione
http://www.eaglesband.com/:
sito ufficiale della band, in cui è possibile trovare
qualsiasi informazione, dalla discografia alle foto
http://www.myspace.com/eaglesmusic:
myspace del gruppo con tutte le latest news, come le ultime date
del loro tour
Nella discografia spiccano Desperado (1973),
nel quale l'orientamento della band cambia rispetto all'esordio
e punta sul rock più che sul country, e Hotel California
(1976), considerato il loro capolavoro. Nel 1996 esce
il loro Their Greatest Hits (1971-1975), il CD
più venduto di tutti i tempi in America. Dopo
la rottura nel 1982, ritornano con Hell freezes over nel
1997, contenente i loro maggiori successi live e quattro inediti.
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