LA
TRIENNALE COME MANHATTAN. Dopo le mostre dedicate a Wahrol e Haring,
ospita le opere del graffittista Jean-Michel Basquiat
Dal 19 Settembre al 21 Gennaio gli appassionati d’arte
contemporanea e non solo hanno potuto ammirare i dipinti dell’autore
newyorkese amico di Andy Warhol.
Milano- Una persona non preparata all’opere di questo autore,
può rimanere imprigionata dai colori e dalle sensazioni che
provocano questi dipinti. Jean-Michel Basquiat è questo,
l’impatto cromatico di una pennellata a tratti violenta, unito
alla capacità di infondere il dubbio nelle persone che guardano
i suoi quadri. La Triennale ha messo a disposizione i suoi s pazi
per completare un fantastico percorso che parte da Wahrol, passa
da Haring e in conclusione ospita le opere dell’artista newyorkese
di colore, da settembre a gennaio. Basquiat si inserisce in una
corrente chiamata “graffitiamo”, che interessa spazi
urbani come corridoi o muri di quartieri malfamati come il Bronx
o Soho. È proprio in quest’ultimo quartiere, oltre
Manhattan, che si notano i dipinti di Basquiat intorno agli anni
’70 e ’80. Tutte opere firmate SAMO, il soprannome che
accomunava Basquiat ad Al Diaz, amico e compagno di “lavoro”
durante il suo primo periodo artistico. SAMO era un grido contro
le forze egemoniche interne al mondo dell’arte, quelle forze
di cui vorrebbe far parte. È questo il carattere controverso
di Basquiat: critica il sistema di cui vorrebbe far parte. Sarà
Andy Warhol a traghettarlo verso il successo, che spingerà
l’artista a cambiare i suoi soggetti. Simboli delle sue terre
d’origine (Haiti) e della nera Africa. Uccelli, teschi, crocefissi
e totem vodoo, ma soprattutto la presenza costante di scritte di
ogni genere, elemento che renderà l’opera di Basquiat
quasi unica. La
violenza e la forza con cui l’artista dipinge sono conseguenze
del suo bagaglio artistico e del suo essere, sia soprattutto dell’eroina
che si stava ormai impossessando di lui, che lo uccise a soli ventotto
anni. La storia ci ha consegnato un artista non sempre apprezzato,
accompagnato dalla scontata frase “quello lo so fare anche
io”. Ma Basquiat e la sua arte vanno lette a fondo, oltre
ai lavori primitivi ed istintivi che danno un’idea semplicistica
dell’autore, si deve cercare il vero significato di ogni dipinto
e disegno, incredibile crogiolo di “vissuto”, di colori
e parole che questa mostr a
ha mostrato agli occhi dei milanesi. Il percorso creato dagli allestitori
della mostra ci catapulta violentemente nella New York anni ’80,
nei cunicoli e nei sottopassi delle metropolitane, dove i writer
alzavano il proprio urlo, dove chi era escluso dal sistema voleva
farne parte per non capitolare. Le creature di Basquiat raccontano
delle disuguaglianze tra bianchi e neri, ma sono anche espressione
della sua vita reale, come una cicca appiccicata ad una tela o alla
colorazione di travi di legno su cui scaraventare la propria rabbia.
Dopo la fine della mostra, sorge una domanda più o meno spontanea:
l’arte è l’accademica messa in pratica di studi
teorici o espressione cupa, a tratti mordente, della propria vita
interiore e sociale tramite pennellate a tratti infantili e spontanei?
Per arrivare ad una risposta, che forse non c’è, non
si può evitare, almeno per poco, di immergersi nel mondo
a tratti fantastico, a tratti drammatico di questo grande artista
di nome Jean-Michel Basquiat.
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